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Ricomincio dal Marocco
La moto può essere uno strumento di guarigione? Per me lo è stato. Dopo un grave infortunio sul lavoro (sono un Vigile del Fuoco ndr) e la sentenza  del neurologo e dell’ortopedico, sembrava essere arrivato il momento di appendere il casco allo specchietto. L’ortopedico, anche lui motociclista, mi  disse senza mezzi termini che il ginocchio era così malmesso che non avrebbe più sopportato moto pesanti come le nostre;  ho ascoltato in silenzio il  verdetto, come una condanna, non accennando neppure un abbozzo di difesa: tutta la “ram” del mio cervello era già impegnata a cercare una  soluzione. Su quel lettino mi sono ripromesso che non sarebbero stati dei muscoli strappati o dei legamenti saltati, figuriamoci due ossi rotti, a  fermare la mia “carriera” motociclistica, a costo di salire in sella a qualche mezzo alternativo con tre ruote. Inoltre il mio lavoro mi piace, e non  voglio finire dietro una scrivania, voglio indossare nuovamente la divisa e tornare in cima ad un tetto, non ho paura che può cedere durante un  incendio e cadere nuovamente tra le fiamme. Con queste premesse ho cominciato la fisioterapia. I primi risultati mi hanno dato la forza per andare  avanti nella convinzione che l’ortopedico si stava sbagliando: la voglia di moto era più forte della prognosi. Dopo quattro mesi ho sentito di nuovo il  boxer vibrare sotto le mie chiappe e il sorriso era più grande della sofferenza  quando mi sono recato alla visita di controllo in sella alla moto. Ho varcato la  soglia dello studio con il casco sottobraccio e l’ortopedico sembrava quasi  dispiaciuto di aver sbagliato la diagnosi. Poi una nuova operazione. Tutto è  sembrato ricominciare da capo, ma in maniera più dura. Confesso che in certi  momenti di stanchezza ho pensato di adattare il mio modo di viaggiare alle mie  condizioni fisiche e salire sul camper per sempre…  ma, poi, voglio mettermi  alla prova: voglio andare nel mio continente preferito, l’Africa. Punto il dito  sulla cartina e scelgo il Marocco: una bella palestra grazie alle differenze del suo  territorio, dai saliscendi montuosi alla piste rocciose. Ricomincio dal Marocco.  Con la mia compagna Elena (detta Lumy) ci ritagliamo quindici giorni,  prenotiamo i biglietti e stendiamo un itinerario di massima; saranno poi i luoghi,  la gente ed il “momento” a decidere il resto. Siccome il Marocco è considerato  una delle porte dell’Africa,  tutti si possono sentire un po’ avventurieri e, quindi,  sulla banchina del porto si incontrano ogni specie di viaggiatori: dai duri e puri  con zaino in spalla alle carovane super organizzate con mezzi dal valore  superiore ad un appartamento medio. La prima prova da superare è lo sbarco:  centinaia di furgoni marocchini vecchi e scassati e stracarichi di merce, che noi  buttiamo nelle discariche e loro raccolgono e rivendono in Africa dove tutto ha  una seconda vita, hanno lasciato un tappeto di olio e gasolio sul ponte della  nave, rendendo tutto ancora più scivoloso. Il portellone della nave sembra  inarrivabile. Le decine di metri che ti dividono dalla ruvida banchina in cemento  sono interminabili, la densa cortina di fumo lasciata dai furgoni, accesi ancor  prima che il portellone si spalanchi, ti fa lacrimare gli occhi aggiungendo un  ulteriore livello di difficoltà. Riuscire a non cadere tra i mezzi che ti stringono in  un angolo della nave, perché la conquista dell’uscita sembra di vitale  importanza per i marocchini, sembra un’impresa titanica. Qui si impara una  delle prime regole, ovvero che non ci sono regole e tu, motociclista, sei la  pedina più piccola e insignificante nel variopinto traffico africano. Conquistata  l’uscita dal porto indenni si è superato la selezione. E’ la terza volta che visito il Marocco e, sinceramente, avrei evitato le grandi città ma, come nella  vita, anche il viaggio è un insieme di compromessi, e, siccome per Elena è una terra tutta da scoprire, ci dirigiamo verso la caotica Fès, la più antica  delle città imperiali. Da Tangeri vi si arriva attraverso varie strade, noi scegliamo di attraversare i monti del Medio Atlante. La strada tortuosa ci  regala emozioni motociclistiche dopo due giorni di noia a bordo del traghetto. Nonostante i buoni propositi di non viaggiare al buio, per motivi di  sicurezza stradale, cominciamo subito male ed arriviamo tardi. Arrivati alle porte di Fès veniamo affiancati dal classico procacciatore di turisti; non  gli lascio il tempo di propormi un alloggio, gli mostro sul GPS che so dove andare e farfuglio la parola riad Raouia; allora ci fa segno di seguirlo…  qui si conoscono tutti. Arriviamo davanti ad un cancello di moderna villa: mi sembra molto lussuoso per le nostre tasche. La proprietaria mi invita a  visionare la camera; accetto, in fondo guardare e chiedere il prezzo non costa nulla. Finito il tour, come se niente fosse la signora, Fatima, spara una  cifra che potrebbe coprire il budget per l’intero viaggio. La saluto e mi avvio verso la porta, lei mi viene dietro sputando cifre come un operatore di  borsa fino a quando, mentre varco il cancello, gli ricordo che a quest’ora non troverà più nessun cliente…ci riflette: adesso mi chiede un terzo del  prezzo di partenza. Ora ragioniamo! Le offro la metà. Il posto è stupendo! Il riad è una normale abitazione ristrutturata per poter ospitare i turisti  (come i nostri B&B) e qui hanno fatto un lavoro eccezionale: le camere sono curate nei minimi particolari e il salottino della colazione è una  spettacolo di maioliche… ma gli affari sono affari. La trattativa si chiude con una stretta di mano. Lezione numero due: in Marocco si contrattate per  tutto e, quando si pensa di aver fatto un buon affare, loro lo hanno fatto ancora più di noi. Il nostro accompagnatore in motorino ci propone una guida  che parla italiano per visitare la Medina il giorno successivo. Accetto così non ci perdiamo nel labirinto di vicoli di Fès, e anche lui si mette in tasca  qualcosa. La mattina successiva una guida ufficiale con tanto di tesserino ci passa a prendere; ci dice che parla solo lo spagnolo ma…<<tanto è  uguale all’italiano, basta togliere le “s”>>. Con questa premessa ci avviamo verso una giornata da ricordare: ...perché le avventure si possono vivere  in mille modi! Ci dirigiamo verso la Medina passando attraverso il quartiere ebraico, perché la nostra guida deve passare da casa sua per ricaricare il  cellulare. Qui conosciamo la sua famiglia e assistiamo ad un animata discussione casalinga. Poi andiamo a giocare ai cavalli. Beh, fino ad adesso  stiamo facendo di tutto meno che i turisti e la nostra cosiddetta guida sta facendo di tutto fuorché la guida! Attraversiamo posti dove siamo gli unici  stranieri ma, poi, alla fine ci porta nel triste circuito turistico dove tutti, come degli automi, seguono il loro mentore, vedendo le stesse cose,  bazzicando gli stessi negozi, con una differenza: gli altri all’uscita ritrovano la guida che li aspetta noi no; la nostra sparisce e torna quando vuole. In  molti si sarebbero spazientiti e lo avrebbero licenziato, invece a me piace con i suoi modi di fare “folkloristici” e il suo italo-spagnolo. Per il resto le  Medine mi sembrano tutte uguali! A Fès salta subito all’occhio una differenza:  qui la gente non si fa fotografare, tutti ti chiedono soldi e nei negozi  cercano sempre di fregarti. Una volta non era così, la magia e il fascino da “Mille e una notte” della Medina di Fès è diventato solo un inseguire il  turista e cercare di spillargli i soldi. Peccato. Il tour con la “fantaguida” ( sono convinto che ci ha raccontato anche un sacco di cazzate)  porta ad  un’altra lezione: invece di arrabbiarsi per il loro modo di fare è meglio adattarsi così da vivere l’Africa nel modo migliore. Girovaghiamo un po’ da  soli, ma siamo abbastanza stanchi e alla fine saliamo su di una vecchia Dacia di un tassista con la speranza che ritrovi il posto dove alloggiamo senza  farci fare un ulteriore giro di Fès. L’indomani puntiamo a sud, sulla carta doveva essere un semplice trasferimento, poco prima del passo comincia a  piovere, la temperatura crolla e intorno a noi comincia a nevicare. Poi durante la discesa dal passo veniamo mitragliati da una grandinata, infine  arrivata la volta del vento che, in un primo momento, spazza via le nuvole, ma in seguito, sempre più forte, rischia di spazzare anche noi, che  avanziamo a fatica per contrastare la sua spinta. Una volta finite le montagne il vento forte ci spara in faccia manciate di sabbia che entra ovunque…  la giornata sembra non finire mai! In queste circostanze provo un pizzico d’invidia per quelli che ci superano, riparati e protetti, su una jeep.  Arriviamo a Merzouga. Qui il deserto roccioso incontra la sabbia con l’agglomerato di dune, che raggiungono i 150 metri di altezza, più famoso del  Marocco: Erg Chebbi.  Intorno a questa striscia di deserto lunga 22 chilometri sono stati creati una miriade di  campeggi e di alberghi, che  propongono escursioni con ogni tipologia di mezzo, compresa quella in sella ai dromedari che spacca il fondoschiena. Abbiamo già  una mezza idea  su dove alloggiare, tra i viaggiatori abbiamo sentito parlare di un hotel gestito da una signora francese che, giunta da queste parti molti anni fa, ne è  rimasta affascinata e si è stabilita qui. Arriviamo in hotel, ci sono alcuni camper che sostano nell’area campeggio. Alla fine della solita contrattazione  riusciamo a dormire in un’incantevole posto per una manciata di euro; scopriamo anche che dispone di una graziosa piscina, cosa volere di più?   Parcheggiamo le moto davanti alla porta del nostro bungalow, scarichiamo i bagagli e ci facciamo una doccia. Dopo cena organizziamo la nostra  escursione per passare una notte nel deserto.  Sia io che Elena non vogliamo salire sui dromedari, allora ci procurano un passaggio a bordo di una  performante Dacia. Giusto il tempo di tornare in camera e su questa splendida oasi si abbatte una violenta tempesta con tanto di tuoni e fulmini…  erano anni che non accadeva. Mentre Elena è affascinata dall’avvenimento, io sto pensando che domani la sabbia sarà più compatta e forse riuscirò a  divertirmi con il mio pachiderma motorizzato…ecco la differenza tra i pensieri di una donna e un uomo motociclisti.  Il giorno dopo l’illusione dura  poco: appena metto le ruote sulla sabbia sento la moto che si abbassa tra le gambe, con la sensazione di guidare un custom...mi sono insabbiato ben  bene!! Con l’aiuto di Elena disincaglio la moto e cambiamo progetti ed itinerario, andiamo in un paesino poco distante ad ascoltare musica locale e  sorseggiare l’immancabile the alla menta. L’alta temperatura comincia a farsi sentire e sotto quel pergolato si sta benissimo. Per pranzo decidiamo di  cucinarci qualcosa di nostrano: ai bordi delle dune ci sistemiamo all’ombra dell’unico albero e mangiamo un risotto alla milanese liofilizzato; il  panorama sembra cozzare con il pasto, ma ogni tanto un sapore di casa ci vuole. Ritorniamo verso il nostro hotel per preparaci alla notte nel deserto,  carichiamo la Dacia con i sacchi a pelo e l’attrezzatura fotografica e, dopo una mezz’oretta di sobbalzi, arriviamo ad un campo tendato alla base delle  dune. Giusto il tempo di appoggiare i nostri bagagli nella tenda e poi con cavalletto, macchina fotografica e una bottiglia di acqua ci inoltriamo nel  deserto, puntando ad una duna abbastanza alta per goderci il tramonto. E’ una faticaccia arrivare in cima, ma ne vale la pena. Incontriamo le  carovane di dromedari con i turisti che, sofferenti, si aggrappano alla sella, le loro chiappe saranno doloranti per giorni! Nel silenzio del deserto si  sente un ronzio e da una duna spunta un ragazzo in sella ad un catorcio di motorino che scala le dune come se si trovasse su una normale strada  asfaltata e con una tale facilità che ti fa sentire un coglione te e la tua moto ipertecnologica. Dall’alto della duna ci godiamo il panorama tra una  chiacchiera ed un sigaro, e rimaniamo in attesa del tramonto che arriva in tutto il suo splendore. Questo è uno di quei momenti in cui vorrei fermare  il tempo. Nel buio seguiamo a ritroso le nostre tracce che ci riportano al campo, dove Brarim e la sua famiglia sono intenti a preparare un montone  alla brace. Siamo solo noi e loro e questo rende ancora più magico questo posto. Dopa la scorpacciata, tra canti e chiacchiere intorno al fuoco,  facciamo tardi. Domattina vogliamo vedere l’altra variante di colori sulle dune, l’alba, quindi ci toccherà un’alzataccia. Anche l’alba ci ripaga del  sacrificio fatto. Riprendiamo possesso delle moto e puntiamo ad un altro luogo simbolo del Marocco: le Gole del Todra e del Dadès, un circuito  molto frequentato dai motociclisti. Considerato le sue strade strette e piene d’insidie tra rocce sporgenti, brecciolino sulla strada e asfalto  straconsumato, dobbiamo tenere gli occhi ben aperti, nonostante il sonno tenti di chiuderceli. Nei pressi del Todra, Elena comincia ad avere problemi  di stomaco; i suoi continui attacchi di vomito ci costringono a numerose soste, fino alla capitolazione in un anonimo albergo lungo il percorso: il mal  d’Africa si manifesta anche sottoforma di virus, anche questa è un'altra lezione, mai abbassare il livello di guardia su quello che si mangia o beve.  Una mezza giornata di riposo e digiuno rimettono Elena in sesto, che riparte in sella con un po’ di debolezza ma con tanta voglia di proseguire.  Viaggiamo tra le pareti del canyon seguendo il percorso che l’oued Todra ha scavato nei millenni, cosi si chiamano i fiumi in Marocco. Continuiamo  a guidare tra vallate e passi di montagna e, conquistati dalle continue variazioni del paesaggio, ci perdiamo. Eravamo così intenti a goderci il  panorama e a guidare in relax che saltiamo letteralmente il bivio per la pista sterrata che permette passare nell’altra vallata, quella del Dadès, e  chiudere l’anello. Torniamo indietro e, una volta imboccata la pista, ci concediamo una pausa per uno spuntino ascoltando il rumore del silenzio. La  pista sale dolcemente tra la vallata per poi arrivare in cima ad un passo. C’è molto traffico: incontriamo qualche motociclista straniero e, oltre alle  jeep che riescono a salire la scarpata lasciandoci il passo, troviamo turisti con delle semplici macchine a noleggio in grosse difficoltà. Alla nostra  sinistra abbiamo una profonda vallata che, seppur panoramica, è anche pericolosa, quindi ogni volta che ci imbattiamo in uno di questi incrociamo le  dita: i più svegli cercano uno slargo per farci passare, ma poi incappiamo in una francese con una piccola utilitaria; intuisco il soggetto e ci  accostiamo al lato della montagna, lasciando a lei il compito di passare dal lato del burrone. Mi sfila accanto molto vicino, nonostante ci sia ancora  dello spazio dalla sua parte; nei suoi occhi vedo il terrore mentre lo sguardo punta l’orizzonte invece di guardare dove mettere le ruote; è rigida e  aggrappata al volante. Dallo specchietto mi accorgo che punta verso Elena e, giusto il tempo di avvertirla, la francese sperona la povera Lumy che si  corica su un fianco; ma che poi si vendica lasciando un sfregio con lo spigolo della valigia in alluminio per tutta la fiancata della macchina. Si ferma  alcuni metri dopo scusandosi perché è stata costretta dalla strada stretta a fare quella manovra; comincio con la serie d’insulti in francese (ne conosco  parecchi) e mi trattengo da scaraventarla disotto. Aiuto Elena a rimettere “sulle ruote” la Lumy. Ripartiamo. Arriviamo al primo di una serie di  tornanti stretti, la Lumy cade nuovamente: durante l’impatto con la francese le si è piegata la leva del cambio che, quando Elena ha cercato di scalare  prima del tornate, si incastrata nel carter e la moto si è spenta ed in un attimo si è ritrovata in terra. La tiriamo su a fatica a causa della  contropendenza del tornante e, tra le imprecazioni di Elena, ci rimettiamo in marcia.  Elena è demoralizzata e ancora debole per il virus, quindi una  volta giunti nella gola del Dadès ci fermiamo al primo albergo, per oggi basta così! Dopo una notte in questa vallata silenziosa Elena si è ricaricata  nel corpo e nello spirito  quindi, la mattina, via in sella per un'altra giornata di emozioni, puntando nuovamente a sud, verso Zagora, famosa per  essere stata una tappa della Parigi-Dakar. Per arrivarci attraversiamo un'altra icona del Marocco, la Valle del Dràa, un strada che si snoda tra palmeti,  kasbah e villaggi berberi. La percorriamo al tramonto ed è ancora seducente e affascinante. Una volta giunti a Zagora troviamo un piccolo albergo ai  margini del palmeto, con tanto di piscina e giardino. Decidiamo di fare due giorni di sosta in questo piccolo paradiso. L’indomani mattina si ozia.  Dopo un’abbondante colazione in giardino, rimetto in ordine il materiale foto-video. Nel pomeriggio ci rechiamo in un’officina poco distante; ho  visto molti mezzi interessanti fermi, c’è un rally di Renault 4, definita lo scorpione del deserto per le sue doti di arrampicatrice sulle dune, e  parecchie di queste auto sono ferme lì per una sosta tecnica. Nel giro di due minuti facciamo amicizia con tutti, e passiamo l’intero pomeriggio tra  racconti e foto sulla Parigi-Dakar.  L’officina, a gestione familiare, ha una lunga storia alle spalle e noi ne rimaniamo affascinati. Qualche volta la  sosta ripaga più della meta. Siamo al giro di boa, occorre risalire a nord e cominciare ad avvicinarci alla costa, il traghetto non ci aspetta. Prima,  però, ci fermiamo in quella che, secondo me, è la città più bella del Marocco: Marrakech. Ci arriviamo percorrendo una lunga pista pianeggiante, che  invoglia ad aprire il gas e planare sulla terra battuta, sembra il paradiso, il terreno ideale delle maxi enduro cariche. Poi, però, arriva l’inferno dei  lavori in corso. Troviamo uno strato ghiaia alta fino alle pedane; si stanno preparando ad asfaltare. Faccio una fatica immane ad uscirne, saranno tre  chilometri lunghissimi. Elena mi aspetta all’inizio del calvario; torno indietro a piedi per portare fuori da questo pantano di pietrisco anche la sua  moto… in fondo, in un viaggio bisogna aiutarsi a vicenda come nella vita di tutti i giorni e trovo che ci non ci sia niente di male nel fermarsi quando  uno non ci riesce. E’ più stupido continuare e magari farsi male. Ammettere i propri limiti non è una debolezza. Dopo la scarpinata sotto il sole  benedico l’inventore dei gilet rinfrescanti, che insieme alla salvietta, che vedete intorno al collo dei piloti prima di prendere il via ad un gara, mi  danno quel sollievo che mi permette di riprendermi e continuare. Visto l’imprevisto, facciamo sosta a Ait Benhaddou, la kasbah più famosa e meglio  conservata, qui sono stati ambientati film come Lawrance D’Arabia, Gesù di Nazareth ed il più recente Gladiatore. Con un tempismo perfetto  arriviamo quando la luce del sole ci sbatte contro mentre tramonta, donandogli una sfumatura di colore arancione. Il giorno successivo arriviamo a  Marrakech dopo aver attraversato il famoso passo Tizi n’ Tichka, una goduria motociclistica; peccato che l’asfalto sia un po’ consumato e non  permetta velocità elevate; inoltre noi lo abbiamo trovato inondato di gasolio nello scendere. Una volta arrivati a Marrakech, ci sistemiamo in un  antico riad, poi pensiamo alle moto; lasciarle in strada non è il caso: non temo il furto ma la “toccata”, ovvero ogni persona che passa da una  sgassata, tira la frizione, sposta gli interruttori ecc. con il rischio che a qualcuno rimanga qualcosa in mano… Ci viene indicato un mercato poco  distante, per la notte fanno anche il servizio di rimessaggio. Ci immaginiamo una struttura dove chiudere i mezzi ma, invece, si tratta di un semplice  parcheggio: le moto vengono coperte con vecchi tappeti ed un ragazzo sistema dei cartoni accanto, lui dormirà così. Ci dirigiamo verso il cuore  pulsante di questa città, piazza Jamma El Fna, un luogo che muta con il passare delle ore. Stiamo seduti ad un tavolino in uno dei tanti bar che la  circondano ad veder scorrere davanti a noi un pezzo d’Africa. E’ il mercato più importante del nord Africa, qui giungono da tutte le parti per vendere  le proprie merci. La mattina la piazza è composta da un ammasso di banchi, dove tutti vendono di tutto: dalle uova di struzzo alle protesi dentarie  usate. Il pomeriggio è la volta dei “professionisti” come chiromanti, erboristi, decoratori con l’henné, cavadenti, pseudo dottori. Poi man mano che le  ore passano, la piazza si anima con l’arrivo di suonatori, maghi, ammaestratori di scimmie svogliate,  incantatori di serpenti addormentati, ecc. Con  il calare della sera, infine, si apparecchia: spuntano tavolini e seggiole, si accendono braci e si comincia a friggere; la visibilità cala con il crescere  dei fumi e si viene guidati dall’olfatto in questa magica piazza. Prima di lasciare questo magnifico posto ci soffermiamo a vedere i danzatori e sentire  qualche cantastorie, non riusciamo a capire, raccontano tutto in berbero, ma basta ridere quando lo fanno gli altri. Una volta ripartiti da Marrakech  sembrerà di aver visto tutto, ma il Marocco è grande e riserva molte sorprese e sfaccettature, un solo viaggio non basta. Noi costeggiamo il mare fino  ad un piccolo villaggio, Asilah, con un porto di pescatori che assicura delizioso pesce fresco. Le bianche mura del centro ci guidano in quella che  sembra una galleria d’arte a cielo aperto; un posto dove fermarsi prima di prendere il traghetto, che l’indomani ci riporterà a casa non prima di averci  sballottolato nel mare agitato oltre 50 ore.